La maratona finale al Teatro Goldoni

vincitoriconcorso

Recensione
di Verso Blù

Rioccupare le strade coi sogni vuol dire anche “frantumare le distanze, superare resistenze e riconoscersi per creare”. E poi “fermarsi un istante a considerare che il respiro è un dettaglio che ci rende uguali”. Proprio come, in “Cerchi nell’acqua”, canta Paolo Benvegnù, accompagnato dall’Orchestra multietnica di Arezzo, nel serrate finale del gran concerto, presentato da Paolo Pasi, che ha chiuso la XXIV° edizione del Premio Piero Ciampi Città di Livorno. Una maratona, dal pomeriggio alle notte al Teatro Goldoni, con presentazioni di libri e dischi, premiazioni e tanta musica. Eterogenea e ricca di passione, come il cast degli artisti che hanno restituito al pubblico un’ampia panoramica della canzone d’autore italiana. E insieme ad essa, tanti ricordi legati a Piero, commoventi e capaci di far sentire che, come urlano i Frigo, “Piero non è morto, Piero è vivo ed è qui con noi”. Il pubblico se lo immagina arrivare con quel suo cappotto lungo beige, incurante degli altri, piuttosto teso a risolvere una faccenda personale; come il “problema volgare” che canta in “Te lo faccio vedere chi sono io”. È il pezzo con cui Lorenzo Kruger dalla Romagna vince il Premio per la Miglior cover. Ne dà un’ottima interpretazione, lo attualizza nello spirito e nella messa in scena, che non arriva sul palco, anzi passeggia tra il pubblico della platea e parla al cellulare rivolgendosi alla “regina” dai “cenci addosso”, a cui Piero fa promesse dalla gambe corte, ma da “uomo asociale” che la sa lunga. Lorenzo si veste da “sedicente cialtrone ricco di groove”, come recita la motivazione che gli porta il premio, e si immedesima nelle parole di Piero, risultando credibile e moderno. E persino divertente, mentre presenta i suoi brani. Per poi lasciare spazio a tutti gli altri protagonisti del gran concerto, anticipato nel pomeriggio, in Sala Mascagni, da un po’ di cose interessanti. Si presentano 4 libri: Piero Cipriano in “Basaglia e le metamorfosi della psichiatria” ci parla del panottico digitale e di quanto “l’eccesso di piacere” generato dalla sovraesposizione ai social network possa portare alla pazzia. Il disconnesso è colui che si salva. Massimo Pirotta e Nicola Del Corno portano invece “Università della strada – Mezzo secolo di controculture a Milano” (curato anche da Marco Philopat) e partorito da Moicana, che è un centro studi sulle controculture in Italia. Tracciano un profilo storico profondo e divertente sul tema, partendo da Milano, capitale della controcultura italiana. Segue Riccardo Gazzaniga con “Abbiamo toccato le stelle – Storie di campioni che hanno cambiato il mondo”, mentre Laura Pescatori presenta il sui “Riot not Quiet”, un annuario in cui a ogni giorno dell’anno è associata la figura di una musicista donna, comprese tre icone come Janis Joplin, Patti Smith e Joan Jett. Poi la scena si sposta sul nuovo disco di Peppe Fonte, “Io non ci sono più”. Antonio Vivaldi, il presentatore del pomeriggio in sala Mascagni, lo fa dialogare con Pino Pavone (musicista che fu grande amico di Piero Ciampi) e, telefonicamente, con Aldo Turchiaro, pittore e autore dei disegni dell’album “Piero Ciampi”. Escono fuori aneddoti e ricordi struggenti. Se Aldo racconta di quella volta in cui, dopo una cena in campagna in cui Piero alzò un po’ troppo il gomito, dovette accompagnarlo alla stagione e caricarlo sul treno “quasi carponi”, tanto non si reggeva. Perché Piero , dice Aldo, “era un disordinato, il classico artista, senza meta, bohémien. Era incostante, per me un fratello, dalla voce aspra, suadente, impertinente”. Pino invece ricorda invece di quella volta in cui il Catanzaro salì a Livorno per giocare una partita fondamentale per salire in serie A (di calcio) e Piero si mischiò con i tifosi ospiti, esultando con loro quando la squadra calabrese segnò al 90’. “Poi Piero, finita la gara, si trattenne al bar – rimembra Pino – e i livornesi lo scambiarono per un tifoso ospite. Lui si salvò tirando fuori il sui “passaporto labronico””. Peppe Fonte suona due pezzi, tra cui l’omaggio a Piero con “Livorno”. E si scoprono versi mai cantati di questo brano, ma che Piero scrisse. Fanno così: “Cerco l’infinito nel tempo che è passato, perché non ho capito che i sogni son peccato. Mi prende la paura, mi sembra tutto strano, fra queste quattro mura, vorrei fuggir lontano”. Momento epico. Poi si passa alla cerimonia di premiazione: di Lorenzo Kruger per la Miglior Cover, e dei Frigo come vincitori del Concorso nazionale 2018, “perché coinvolgono e commuovono, possono anche convincerti a ballare”. E in effetti lo fanno, da ciampiani e moderni, durante il loro set sul palco del Godoni, quando cantano la loro versione de “Il vino”. Prima di loro suonano Marco Rovelli e Paolo Capodacqua; dopo di loro spazio a Roberto Vecchioni, che fa quattro brani e chiude con “Luci a San Siro”, mentre apre intrecciando il tema dei sogni, tema portante del Ciampi quest’anno, con quello del destino. E dice: “Lo scopo di un disco non deve essere quello di dare rabbia o delusione verso la vita. Un narratore ha il compito di dare speranza. Non si può invecchiare infelici. L’uomo è più forte del destino. Perciò teniamoci per mano e confiniamoci con la felicità. E per questo ci vogliono i sogni”. A Roberto Vecchioni va il Premio speciale”, per la sua capacità di “sognare con il cuore, non con la testa”. La maratona di note va spedita e prosegue con le sonorità oniriche e mediterranee di Teresa De Sio, che di Piero ama il suo “essere diverso dal mainstream”, perché “ha rotto le regole – dice Teresa - , con il suo umore “fumantino”, tipico dei livornesi”. Dopo di lei è il momento dell’Orchestra multietnica di Arezzo, che guadagna il palco con una ventina di elementi (più Francesco Magnelli) e chiude la serata alternando pezzi propri alle letture di Isabella Ragonese e alle esibizioni di Ginevra Di Marco, Paolo Benvegnù (intensa la sua versione di “Fino all’ultimo minuto”) e Dente, che di Piero pesca “Autunno a Milano”. Scelta assai azzeccata, se si pena al finale del brano, che fa: “E sulle strade grigie non restano che i passi, che son dolci promesse d’amor”. Colorare quelle strade, quelle di ognuno di noi, rioccupandole di sogni, come vuole e riesce il Premio Ciampi. Perché certe stagioni grigie dell’anima e della storia talvolta ritornano, e chiedono uno sforzo alla collettività, proteso alla libertà, di emozionarsi e sentirsi uguali, vicini. Certe ombre tornano, ma poi passano, perché “Todo cambia”, come canta Ginevra Di Marco (omaggiando Mercedes Sosa), nel brano finale del gran concerto. Buon Piero Ciampi a tutti e arrivederci al prossimo anno, quello del venticinquennale.

Il racconto di Emilia Trevisani