I premi Valigie Rosse e L’altrarte al Museo della Città, mostra e simposio a Carico Massimo

vincitori

Foto di Furio Pozzi

Recensione
di Verso Blù

“Un concetto condiviso è un concerto. E un concerto è un godimento”. Anche senza la musica, laddove c’è partecipazione, convivialità, spirito di conoscenza e, manco a dirlo, un bicchiere di vino. “Com’è bello il vino. Rosso rosso rosso…”. Ma non cadi “dentro a un fosso” se vai oltre l’apparenza di un capannone industriale contornato da scarti di lavorazione, in periferia, ai Magazzini generali di Livorno. Sono tutti elementi di un museo a cielo aperto che bisogna accogliere, come una luce che invita a scoprire uno spazio indipendente dedicato alla produzione di arte contemporanea. Siamo a Carico Massimo, il luogo dove il venerdì sera del Premio Ciampi 2018 si infila per ripararsi dalla pioggia e conoscere, esperire, osare. C’è la mostra di Fausto delle Chiaie che si chiama “Museo all’Aria aperta” ed è assolutamente ciampiana. Irriverente, di un’amarezza ironica. Affronta la relazione tra arte e marginalità, quell’idea di “esilio volontario come esercizio di libertà” e della “radicalità dellʼessere inadeguato”. Fausto delle Chiaie ne è il paradigma. Romano, è un artista che opera dagli anni ’70 con un lavoro tra arte informale e arte povera. “Museo allʼAria Aperta” è un museo inclusivo che lʼartista fa funzionare da più di ventʼanni nelle strade di Roma, davanti ai Fori Imperiali, accogliendo ogni giorno centinaia di visitatori. È una quotidiana messa in discussione del simbolo istituzionale, il Museo, ma anche del sistema dellʼarte e di vita. Cosa espone? Oggetti recuperati, qualunque cosa: monete, catene, pietre, libri, matite, scarti di oggetti. Li ricompone, li rivisita e ne dà una lettura acuta e giocosa. Fausto dice: “Utilizzando oggetti e situazioni appartenenti al luogo e al nostro tempo e trasformandole in opere d’arte restituisco vitalità, cultura al primitivo spazio architettonico”. Ad ogni sua opera dà un titolo, in italiano e in inglese, ed è tutto un programma. Esempio: “Ho fatto una barca di soldi”. L’opera in sé è una piccola barchetta gialla di plastica, elementare, al cui interno si posa qualche moneta. Spiegazione: “Io ho fatto la barca – dice Fausto – qualcun altro ha fatto i soldi”. Non è ciampiano questo?
Un po’ come la poesia di Paolo Febbraro, che Valige Rosse considera tale nella misura in cui “non è foriera di successo, ma di risultati”. Ecco il punto. Febbraro è il vincitore della sezione italiana del Premio Valigie Rosse, nona edizione. Si svolge dentro il Museo Città di Livorno, dove Paolo porta il suo “Elenco di cose reali”. Come gli alberi, ad esempio: ne decanta “l’enorme saggezza di stare fermi, di non muoversi e moltiplicarsi all’insegna del bello”. La sua poesia è attuale ed esprime una sottile denuncia. Tipo contro l’antropocentrismo, perché “sulla Terra siamo in 7 miliardi e 600 milioni – dice – ed è ora di sintonizzarsi con la vita, non solo quella dell’uomo”. Per Maria Teresa Horta, vincitrice della sezione straniera con il suo “Mia signora di Me”, la poesia è “libertà”, un puro “atto di insubordinazione”. È avventura, incontro, urgenza di espressione, un godimento anche fisico. Portoghese, ha vissuto gli anni della dittatura che durò in Portogallo fino al 1974, e ne subì la censura. Oggi ha 81 anni e continua a scrivere, con la sua consueta passione e precisione. Capace di osare nei meandri dell’erotismo, come di scrutare i sentimenti, e le loro pene. Come in “Poesia del rifiuto”, c’è un verso che fa: “Come è possibile perderti, senza mai averti trovato”.
Il Museo della Città sposta la platea nell’adiacente sala dell’ex Chiesa del Luogo Pio per il Premio L’Altrarte, che va al libro “Ospiti di questo Museo. Dialogo aperto sull’arte contemporanea” di Dora Garcia e Cesare Pietroiusti. Quest’ultimo prende in mano lo scettro della serata quando, a Carico Massimo, comincia il “Simposio”. Incentrato sulla figura di Dioniso, divinità della religione greca, identificato poi come dio dell’estasi, del vino, dell’ebbrezza e della liberazione dei sensi. La performance guidata da Cesare raduna il pubblico, seduto, davanti a uno schermo dove scorrono immagini legate a Dioniso ed è come una lezione di storia e filosofia. E ogni volta che si esprime un concetto, riconosciuto dalla platea, si beve un sorso di vino, vocato alla convivialità e alla conoscenza. Si crea una commistione che, nelle intenzioni, tenta “una modalità di interpretazione anche sperimentale di un testo teatrale”. Rifacendosi alla tragedia greca, ai suoi elementi e personaggi, utilizza il vino come elemento di indagine e l’azione si pone a metà tra il seminario accademico e la performance, dagli esiti imprevedibili, dalla durata incerta. Penetrando la complessità di un dio liquido, come il vino, che impregna di sé il palato e i sensi dei conviviali seduti al banchetto del concerto di concetti.

Il racconto di Emilia Trevisani